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Aggiornamento23 marzo 2026

Iperammortamento 2026: il Q1 si chiude senza decreto attuativo

Al 23 marzo 2026 mancano ancora sei passaggi prima dell'operatività dell'iperammortamento. Decreto fiscale, piattaforma GSE e concerto MEF: il punto sullo stallo.

Sommario

  1. Il CdM del 10 marzo e il decreto fiscale che non c'è
  2. Sei passaggi prima dell'operatività
  3. Confindustria rompe il silenzio: «preoccupati e perplessi»
  4. Il margine temporale c'è, ma non è illimitato

Il primo trimestre 2026 finisce tra sette giorni. Dell'iperammortamento — in vigore dal 1° gennaio, con 8,4 miliardi stanziati per il triennio — non esiste ancora un solo atto attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Non c'è il decreto fiscale che doveva rimuovere la clausola Made in UE. Non c'è il concerto del MEF sul decreto attuativo che il MIMIT tiene pronto dal 5 gennaio. Non c'è la piattaforma GSE. A Telefisco, il 5 febbraio, il Viceministro Leo aveva indicato il primo trimestre come orizzonte per rendere tutto operativo. Quell'orizzonte è arrivato, e la catena di blocco normativo si è allungata anziché accorciarsi.

Il CdM del 10 marzo e il decreto fiscale che non c'è

Il 10 marzo 2026 avrebbe dovuto segnare una svolta. Il Consiglio dei Ministri aveva in agenda il decreto fiscale — il provvedimento legislativo necessario a sopprimere la clausola Made in UE inserita nel comma 427 della Legge di Bilancio 2026. Quella clausola, che riserva l'iperammortamento ai soli beni prodotti nell'Unione europea o nello Spazio Economico Europeo, è il primo anello della catena che tiene fermo l'intero meccanismo attuativo. Ma quel giorno le urgenze geopolitiche legate al conflitto USA-Iran hanno assorbito l'intera seduta, e il decreto fiscale non è mai arrivato sul tavolo.

Due giorni dopo, il 12 marzo, il MEF ha diffuso il comunicato stampa n. 31, preannunciando un imminente provvedimento legislativo per modificare la norma. Un segnale politico, non un atto giuridico: un comunicato stampa non modifica commi, non abroga clausole, non produce effetti nell'ordinamento. Al 23 marzo 2026 la clausola Made in UE resta formalmente in vigore, esattamente come il Parlamento l'ha scritta nella L. 199/2025. L'articolo del 12 marzo ricostruisce nel dettaglio quel comunicato e le sue implicazioni.

La conseguenza si legge nella sequenza dei passaggi bloccati. La clausola è contenuta in norma primaria: per rimuoverla serve un decreto-legge, non basta un atto amministrativo. Finché quella soppressione non entra in vigore, il MEF non appone la firma di concerto sul decreto attuativo MIMIT-MEF previsto dal comma 433. Senza concerto, il decreto non transita alla Corte dei Conti per la registrazione. Senza registrazione, non arriva in Gazzetta Ufficiale. Ogni anello dipende dal precedente, e il primo — la rimozione legislativa della clausola — è ancora aperto.

Due mesi di annunci convergenti, zero righe in Gazzetta. La bozza del decreto attuativo esiste ed è tecnicamente pronta da settimane, ma resta tale perché l'intera architettura attuativa aspetta che un Consiglio dei Ministri trovi il tempo — tra le agende della geopolitica — di approvare quel decreto fiscale che il 10 marzo non ha trovato spazio.

Sei passaggi prima dell'operatività

A febbraio il percorso sembrava lineare, anche se incerto nei tempi: rimuovere la clausola Made in UE, ottenere il concerto MEF, pubblicare il decreto attuativo. A fine marzo la mappa si è fatta più dettagliata, e più lunga. Chi segue la vicenda deve ora contare almeno sei stazioni prima che un'impresa possa effettivamente accedere al beneficio sulla piattaforma GSE.

La sequenza inizia dal Consiglio dei Ministri, che deve ancora approvare il decreto fiscale contenente la soppressione della clausola Made in UE dal comma 427. Una volta approvato, il decreto-legge va pubblicato in Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore. Solo a quel punto il MEF può firmare il concerto sul decreto attuativo MIMIT-MEF previsto dal comma 433 — la bozza che il Direttore Generale delle Finanze Spalletta ha confermato essere tecnicamente pronta. Dopo la firma, il decreto attuativo passa alla Corte dei Conti per la registrazione, poi approda in Gazzetta Ufficiale. E anche allora non è finita: servono i decreti direttoriali del MIMIT per attivare concretamente la piattaforma GSE con modulistica e procedure operative.

Sei passaggi, ciascuno con i propri tempi tecnici e politici. Anche nello scenario più favorevole — decreto fiscale al prossimo CdM utile, iter senza intoppi — dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta all'effettiva operatività della piattaforma trascorrerebbero comunque diverse settimane.

Il 12 marzo, al question time del Senato, il Ministro Urso ha quantificato in 8,4 miliardi di euro il budget per il triennio 2026-2028 e ha dichiarato che il decreto sarebbe arrivato «al prossimo CdM». Una data certa, però, non l'ha indicata.

Confindustria rompe il silenzio: «preoccupati e perplessi»

Lo stesso 12 marzo, a poche ore dal comunicato MEF, il vicepresidente di Confindustria per le Politiche Industriali Marco Nocivelli ha scelto le pagine del Sole 24 Ore per una denuncia pubblica. «Siamo preoccupati e perplessi per questo ritardo», ha dichiarato, portando per la prima volta la voce dell'industria organizzata fuori dalle stanze della concertazione e dentro il dibattito mediatico. Non un documento tecnico, non una lettera riservata: un'uscita sulla stampa nazionale, calibrata per segnalare che la pazienza delle imprese aveva raggiunto un limite.

Giulia Abruzzese, direttrice delle Politiche Fiscali di Confindustria, ha tradotto la preoccupazione in termini operativi: ogni settimana di attesa impatta sulla pianificazione degli investimenti. Una frase che fotografa il problema dal lato di chi deve firmare ordini, negoziare forniture, chiudere piani finanziari — e non può farlo senza sapere se la maggiorazione del costo sarà effettivamente accessibile, con quali procedure e per quali beni.

Cinque giorni dopo, il 17 marzo, Leyton Italia pubblicava un'analisi che descriveva ancora uno scenario di stallo e profonda incertezza. Il comunicato MEF non aveva spostato nulla sul piano operativo.

A complicare il quadro, le posizioni non erano nemmeno allineate tra le associazioni industriali. Federmacchine — la federazione dei costruttori italiani di beni strumentali, tra i principali beneficiari potenziali — chiedeva un intervento immediato del Governo per sbloccare il decreto attuativo, ma sulla clausola Made in UE manteneva una posizione più sfumata. Per i costruttori europei di macchinari, la limitazione territoriale rappresenta anche una forma di protezione dalla concorrenza extracomunitaria: eliminarla significa aprire l'agevolazione a beni prodotti ovunque nel mondo. Una tutela che Federmacchine avrebbe preferito mantenere, pur riconoscendo che proprio quella clausola stava bloccando l'intero meccanismo.

Tre voci diverse — Confindustria, la consulenza specializzata, le associazioni di filiera — convergevano sulla diagnosi: il ritardo stava producendo danni concreti alla programmazione industriale. Ma divergevano sulla cura, perché la clausola che paralizzava il decreto era, per qualcuno, anche uno scudo competitivo.

Il margine temporale c'è, ma non è illimitato

Il comma 434 della L. 199/2025 sterilizza gli acconti per il periodo d'imposta 2026: la maggiorazione del costo non entra nel calcolo degli anticipi fiscali dovuti durante l'anno. La prima fruizione effettiva dell'iperammortamento avverrà con il saldo della dichiarazione dei redditi 2026, da presentare tra giugno e settembre 2027. Più di un anno da oggi.

Questo cuscinetto temporale cambia i termini del problema. L'iter deve completarsi, ma non necessariamente entro domani. L'orologio che conta davvero non è quello del primo trimestre 2026, ormai scaduto a vuoto: è quello della campagna dichiarativa 2027. Finché tutto si chiude in tempo per consentire alle imprese di trasmettere le comunicazioni al GSE e portare la deduzione in dichiarazione, il ritardo resta un problema di pianificazione, non di danno economico diretto.

Ma il margine ha un confine preciso. Il comma 430 della L. 199/2025 prevede che l'impresa trasmetta comunicazioni al GSE «per l'accesso al beneficio». La bozza del decreto attuativo, all'articolo 3 comma 7, andrebbe oltre: qualificherebbe il mancato invio della comunicazione come causa di «mancato perfezionamento della procedura per la fruizione del beneficio». Se quella formulazione dovesse essere confermata nel testo definitivo, la comunicazione al GSE non sarebbe un adempimento formale ma una condizione sostanziale. Senza piattaforma, niente comunicazione. Senza comunicazione, niente deduzione. E la piattaforma, al 23 marzo, non esiste.

L'iperammortamento 2026 è in vigore dal 1° gennaio, con le aliquote di maggiorazione fissate dal comma 427. Questo è diritto positivo, non una bozza e non un annuncio. Chi ha bisogno di investire in beni strumentali 4.0 non deve attendere il decreto attuativo per acquistare: il diritto alla maggiorazione nasce dalla legge, non dal decreto. Quello che manca è il canale procedurale per trasformarlo in deduzione fiscale. Le imprese possono — e in molti casi devono — procedere con gli investimenti, a condizione di documentare ogni passaggio fin dalla fase di ordine. La finestra c'è. Non è illimitata.

Al 23 marzo 2026 l'iperammortamento è una legge senza macchina. Le aliquote ci sono, il budget c'è, la bozza del decreto è pronta da quasi tre mesi. Manca la sequenza di atti che trasforma tutto questo in un beneficio che un'impresa può effettivamente portare in dichiarazione. Il prossimo Consiglio dei Ministri utile è il primo anello da osservare: se il decreto fiscale non compare nemmeno lì, il cuscinetto della sterilizzazione acconti — l'unica cosa che oggi separa il ritardo burocratico dal danno economico — comincerà ad assottigliarsi.

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