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Aggiornamento12 marzo 2026

Iperammortamento 2026: il MEF conferma la rimozione del Made in UE. Sugli esodati 5.0, silenzio

Il comunicato del MEF del 12 marzo mette nero su bianco la soppressione del vincolo Made in UE dall'iperammortamento. Ma il decreto non ha ancora una data, la piattaforma GSE non esiste e per le imprese in coda su Transizione 5.0 non c'è risposta.

Sommario

  1. Iperammortamento 2026: la catena di blocco
  2. Investire oggi
  3. Il fondo da 1,3 miliardi e il nodo degli esodati
  4. Transizione 4.0: risorse esaurite, comunicazioni in coda
  5. Transizione 5.0: 4,25 miliardi di tiraggio, 1,5 miliardi di gap
  6. Il comma 770: cosa dice davvero
  7. Perché il decreto fiscale non è arrivato
  8. Quando si sbloccherà
  9. Il dato che resta

Questa mattina alle 10 (12 marzo 2026), il MEF ha diffuso un comunicato stampa che annuncia "un provvedimento legislativo di prossima emanazione" per modificare la legge di bilancio 2026. Tra le misure previste, la soppressione del vincolo che limita l'iperammortamento ai soli beni prodotti in Europa o nello Spazio Economico Europeo. Il comunicato mette nero su bianco quanto il Governo aveva già annunciato a inizio febbraio: il vincolo Made in UE sarà eliminato.

La nota del MEF arriva due giorni dopo il Consiglio dei Ministri del 10 marzo, che la stampa specializzata indicava come la sede per l'approvazione del decreto fiscale contenente questa misura. Il decreto non è stato neppure discusso. Il comunicato del MEF sembra voler rassicurare il mercato dopo quel silenzio — ma resta un annuncio, non un atto normativo: non indica una data e non è stato pubblicato alcun provvedimento in Gazzetta Ufficiale.

Il comunicato non menziona né le imprese rimaste senza copertura su Transizione 5.0 — i cosiddetti "esodati" — né il fondo da 1,3 miliardi istituito dalla stessa legge di bilancio per rifinanziare le misure a favore delle imprese. Su questi due fronti, il silenzio è totale.

Iperammortamento 2026: la catena di blocco

L'iperammortamento è in vigore dal 1° gennaio 2026 — commi 427-436 della legge di bilancio — ma il decreto attuativo, che deve essere adottato di concerto tra MIMIT e MEF entro 30 giorni dall'entrata in vigore della legge, non è stato pubblicato. La scadenza era il 30 gennaio. Senza decreto, la piattaforma GSE non può essere configurata e le imprese non possono trasmettere le comunicazioni obbligatorie.

Il MIMIT ha trasmesso la bozza al MEF intorno al 5 gennaio, ma il MEF non ha firmato il concerto a causa della clausola Made in UE del comma 427. La clausola è in norma primaria, quindi per rimuoverla serve un decreto-legge — non basta il decreto attuativo. Da allora, tre provvedimenti avrebbero potuto intervenire e nessuno lo ha fatto.

Il blocco è a catena: senza rimozione del vincolo il MEF non firma, senza firma non esce il decreto attuativo, senza decreto non c'è piattaforma GSE, senza piattaforma le imprese non possono comunicare. Al 12 marzo, per l'iperammortamento 2026, sul portale GSE non esiste alcuna pagina dedicata.

Il comunicato MEF di oggi conferma che il vincolo sarà rimosso. La questione non è più se, ma quando. Sul piano operativo, però, non è cambiato nulla: il decreto-legge non è stato ancora approvato dal CdM, il decreto attuativo resta in attesa, la piattaforma non esiste.

Investire oggi

La legge è in vigore e gli investimenti effettuati dal 1° gennaio rientrano nel perimetro dell'agevolazione. Le imprese non sono obbligate ad attendere il decreto per acquistare un bene 4.0.

Per i beni di origine UE o SEE, il rischio è solo procedurale: quando la piattaforma GSE aprirà, le comunicazioni potranno essere trasmesse retroattivamente. Il precedente del credito d'imposta 4.0 è indicativo: per quella misura, nessuna disposizione prevedeva un termine perentorio a pena di decadenza, e la comunicazione preventiva poteva essere trasmessa anche dopo il completamento dell'investimento. L'iperammortamento 2026 è una misura diversa — maggiorazione del costo fiscale, non credito d'imposta — ma il principio per cui il ritardo della piattaforma non fa perdere il diritto dovrebbe trovare applicazione anche qui.

Per i beni di origine extra-UE, il comunicato MEF riduce sensibilmente il rischio. La conferma scritta della soppressione del vincolo rende ragionevole attendersi che il provvedimento abbia efficacia retroattiva al 1° gennaio 2026, coerentemente con il perimetro temporale già previsto dalla legge di bilancio. La certezza arriverà con la pubblicazione del decreto-legge in Gazzetta Ufficiale.

Il fondo da 1,3 miliardi e il nodo degli esodati

Il comunicato MEF parla solo dell'iperammortamento. La questione più urgente, però, per migliaia di imprese è un'altra: il destino del fondo da 1,3 miliardi istituito dal comma 770 della legge di bilancio e, con esso, la sorte degli esodati di Transizione 4.0 e 5.0.

Transizione 4.0: risorse esaurite, comunicazioni in coda

Transizione 4.0 è chiusa dal 31 dicembre 2025. Il credito d'imposta per beni materiali 4.0 ha raggiunto il tetto dei 2,2 miliardi a novembre 2025 e le risorse sono esaurite. Le imprese possono continuare a trasmettere le comunicazioni di completamento sulla piattaforma GSE, ma ricevono un esito di "risorse indisponibili". Le comunicazioni restano valide e vengono ordinate cronologicamente: se e quando arriveranno nuovi fondi, verranno evase in ordine di arrivo.

Le scadenze operative: 31 marzo 2026 per le comunicazioni di completamento degli investimenti ultimati entro il 31 dicembre 2025; 31 luglio 2026 per quelli con ordine accettato e acconto del 20% versato entro il 31 dicembre 2025, ultimati entro il 30 giugno 2026.

Transizione 5.0: 4,25 miliardi di tiraggio, 1,5 miliardi di gap

Transizione 5.0 prevedeva crediti d'imposta fino al 45% per investimenti 4.0 con risparmio energetico certificato, finanziata con risorse PNRR-REPowerEU per 6,3 miliardi. Sulla carta, due anni di operatività (2024-2025). Nella pratica, dei ventiquattro mesi previsti i primi nove sono stati assorbiti dall'apparato regolamentare: la piattaforma GSE è diventata operativa solo a settembre 2024, con procedure significativamente più onerose rispetto a Transizione 4.0. Quando le domande hanno finalmente accelerato — da 99 milioni a dicembre 2024 a oltre 4 miliardi a novembre 2025 — la sesta rimodulazione del PNRR ha tagliato la dotazione da 6,3 a 2,5 miliardi. Il DL 175/2025 ha aggiunto 250 milioni, portando il plafond a 2,75 miliardi: insufficiente.

Il 28 febbraio 2026 si è chiusa la finestra per le comunicazioni di completamento. Secondo le ricostruzioni della stampa specializzata, il tiraggio effettivo ammonterebbe a circa 4,25 miliardi di euro, con un gap di 1,5 miliardi rispetto ai 2,75 stanziati.

Il ministro Urso aveva ripetuto in più occasioni che nessuna impresa sarebbe rimasta indietro. Il 20 novembre 2025, a Palazzo Piacentini, i ministri Urso, Giorgetti e Pichetto Fratin avevano promesso alle imprese la copertura integrale delle domande. In legge di bilancio, però, il Governo ha appostato 1,3 miliardi con un riferimento esplicito al credito d'imposta Transizione 4.0, e la legge di conversione del DL 175/2025 ha confermato la possibilità per gli esodati di Transizione 5.0 di ripiegare sul credito 4.0 — con aliquote dimezzate (20% anziché 45%), nessuna copertura per gli investimenti in rinnovabili, nessun rimborso per le certificazioni energetiche già sostenute.

Per un'impresa che ha investito 2 milioni di euro contando su un credito al 45% (900.000 euro), ritrovarsi con un credito al 20% (400.000 euro) significa un ammanco di mezzo milione — a investimento già effettuato.

A questo si aggiunge un ostacolo operativo che rende la confluenza ancora più problematica. Il portale GSE non accetta più comunicazioni preventive per Transizione 4.0 dal 31 gennaio 2026: il termine è scaduto e la piattaforma è chiusa. Un'impresa esclusa da Transizione 5.0 che volesse ripiegare sul credito 4.0 non ha oggi alcuno strumento per farlo — la legge lo consente, ma il portale no. Per rendere operativa la confluenza servirebbe quantomeno una riapertura della piattaforma o una procedura dedicata, che al 12 marzo nessuno ha previsto.

Il comma 770: cosa dice davvero

La formulazione del comma 770 merita un'analisi attenta, perché è meno restrittiva di quanto la narrazione corrente suggerisca.

Il comma è strutturato in due periodi. Il primo istituisce il fondo e ne definisce la finalità generale: "incrementare le dotazioni di misure a favore delle imprese". Nessuna limitazione settoriale, nessun elenco tassativo — è una clausola-contenitore che comprende qualunque misura a favore delle imprese, Transizione 5.0 inclusa.

Il secondo periodo indica una delle destinazioni possibili: le risorse "possono essere assegnate" — il verbo è "possono", non "sono" — all'incremento dei limiti di spesa del credito d'imposta Transizione 4.0, limitatamente agli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2025, con utilizzo in compensazione F24 nel 2026.

In altre parole, il credito 4.0 è un canale, non l'unico. Il MEF ha la discrezionalità di ripartire il fondo tra più misure. La destinazione effettiva sarà determinata da un atto di ripartizione del MEF — un decreto che al 12 marzo non è stato adottato.

Questo cambia i termini del problema: il gap di 1,5 miliardi su Transizione 5.0 potrebbe essere coperto — in tutto o in parte — dal fondo da 1,3 miliardi, senza necessariamente passare per la confluenza nel credito 4.0 con le sue aliquote dimezzate. Va però considerato che lo stesso fondo deve coprire anche lo sforamento di Transizione 4.0, il cui importo — noto al GSE ma non reso pubblico — riduce la capienza disponibile per gli esodati 5.0. Un riparto diretto sulle aliquote 5.0 è normativamente possibile. La fattibilità dipende da una scelta politica, non da un vincolo di legge.

Perché il decreto fiscale non è arrivato

Le storie dell'iperammortamento e degli esodati convergono sullo stesso provvedimento mancante. Il decreto fiscale avrebbe dovuto contenere almeno la rimozione della clausola Made in UE e, nelle aspettative, anche l'allocazione del fondo da 1,3 miliardi. Il fatto che il MEF abbia scelto di comunicare separatamente la sola rimozione del vincolo suggerisce che le due partite sono state scorporate.

L'escalation militare in Iran, sommata al perdurare della crisi ucraina e alle frizioni commerciali globali, ha cambiato i termini del problema. Il greggio ha superato quota 100 dollari al barile — dall'Iran arrivano dichiarazioni su un possibile rialzo fino a 200 dollari — e il Governo si trova di fronte a una doppia emergenza: contenere i prezzi dell'energia per famiglie e imprese, e sostenere le aziende colpite dal blocco delle esportazioni. Interventi che costano, e che potrebbero essere finanziati attingendo al fondo da 1,3 miliardi anziché destinarlo agli incentivi industriali.

A questo si sommano il referendum costituzionale del 22-23 marzo, che assorbe attenzione politica, e le parole del Vicepresidente di Confindustria per le Politiche Industriali Marco Nocivelli al Sole 24 Ore: gli investimenti in beni strumentali sono fermi da novembre 2025, l'incertezza pesa sulla pianificazione e ogni settimana persa ha un costo economico reale sugli ordini delle imprese.

Quando si sbloccherà

Per l'iperammortamento, il comunicato MEF segna un punto fermo sulla direzione. La sequenza operativa resta: decreto-legge per l'abrogazione del vincolo Made in UE in CdM → pubblicazione in Gazzetta → decreto attuativo MIMIT-MEF (la bozza è pronta) → piattaforma GSE. La bozza del decreto attuativo è già scritta da gennaio: una volta approvato il decreto-legge, il decreto attuativo e la piattaforma GSE potrebbero seguire in tempi rapidi.

Per il fondo da 1,3 miliardi, il Governo ha le informazioni per decidere. Il GSE ha i dati a consuntivo di Transizione 5.0 dal 28 febbraio. Per Transizione 4.0, il plafond da 2,2 miliardi si è esaurito a novembre 2025 e le imprese hanno continuato a trasmettere comunicazioni preventive fino al 31 gennaio 2026, tutte con esito "risorse indisponibili". L'importo complessivo delle prenotazioni oltre il plafond è un dato che il GSE già possiede — dal 31 gennaio la piattaforma GSE non accetta più comunicazioni preventive, quindi è un tetto massimo che può solo diminuire man mano che alcune imprese non completano l'investimento entro i termini. Il consuntivo finale arriverà dopo il 31 luglio 2026, termine per le comunicazioni di completamento degli investimenti prenotati nel 2025. Ai fini dell'allocazione del fondo, però, il dato rilevante è quello attuale: il tetto massimo dello sforamento è già noto e il Governo ha le informazioni sufficienti per decidere oggi.

Il fondo da 1,3 miliardi deve coprire sia il gap di Transizione 5.0 (1,5 miliardi, se il dato è confermato) sia lo sforamento di Transizione 4.0, il cui importo non è stato reso pubblico. Senza conoscere entrambi i numeri, affermare che il fondo basta è un atto di fede.

La variabile decisiva non è tecnica ma politica: quanto a lungo durerà la crisi in Medio Oriente, quanto costerà al bilancio pubblico, e quante risorse il Governo deciderà di riservare agli incentivi industriali anziché all'emergenza energetica.

Il dato che resta

L'Italia ha in vigore un'agevolazione con aliquote tra le più generose mai previste per gli investimenti 4.0 e un fondo da 1,3 miliardi non ancora allocato. Ha ora una conferma scritta dal MEF che il vincolo più controverso sarà rimosso. Tuttavia, tra un comunicato e un decreto operativo c'è ancora tutta la catena: decreto-legge, decreto attuativo, piattaforma. Per gli esodati di Transizione 5.0, il silenzio del comunicato è eloquente — anche se la legge, letta con attenzione, non chiude la porta che molti ritengono chiusa.

Il conto dell'attesa — in termini di investimenti rinviati, decisioni sospese, ordini non confermati — lo pagano le imprese. E l'incertezza normativa non è un concetto astratto: si misura negli ordini di macchinari che non partono, nei piani industriali che restano nei cassetti, nella competitività che si perde un giorno alla volta.

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