Ventitré giorni. Tanto è passato dall'annuncio del Viceministro Leo a Telefisco — il Governo sta lavorando per eliminare le limitazioni territoriali — senza che una sola virgola del comma 427 sia stata toccata. Nel frattempo, due provvedimenti legislativi sono transitati dalle aule parlamentari e un terzo è stato varato in Consiglio dei Ministri. Nessuno ha portato con sé la modifica promessa. E il webinar istituzionale in cui il MIMIT avrebbe dovuto spiegare alle imprese come funziona il nuovo iperammortamento è stato rinviato due volte, l'ultima «a data da definire».
Lo stallo è il dato politico del momento. Ma per chi deve investire è, soprattutto, un'incertezza concreta: ordini sospesi, decisioni rinviate, benefici fiscali potenzialmente persi.
La promessa di Telefisco e il giorno dopo
Il 5 febbraio 2026 Leo ha chiuso il dibattito sulle opzioni intermedie. Niente estensione ai soli Paesi G7 — ci sarebbero controindicazioni, ha spiegato. Niente Unione doganale, per via di una serie di complessità. La scelta è netta: eliminazione totale del vincolo di produzione UE/SEE introdotto dal comma 427 della L. 199/2025. «Stiamo lavorando con l'obiettivo di eliminare le limitazioni territoriali», ha detto Leo. «Se tutto andrà secondo le nostre aspettative, dovremmo inserirlo nel prossimo provvedimento legislativo».
Quel provvedimento, a fine febbraio, non si è ancora materializzato.
Milleproroghe: blindato e perso
Il primo candidato era il DL Milleproroghe (DL 200/2025), già in conversione quando Leo parlava a Telefisco. In Commissione Bilancio alla Camera è arrivato l'emendamento 14.44, firmato dai deputati PD Claudio Mancini e Silvia Roggiani. Due modifiche in una: la proroga al 31 dicembre 2028 (con consegna fino al 30 giugno 2029) e l'estensione del perimetro territoriale ai Paesi G7 — Canada, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti oltre ai tre membri UE — ma limitata a specifiche voci della Tariffa doganale integrata (capitoli 84 e 87, voci da 8427 a 8441, 8474 e 8701: carrelli elevatori, macchine per il movimento terra, trattori agricoli). Un compromesso chirurgico, non l'eliminazione totale del vincolo, e per di più firmato dall'opposizione.
Non se n'è fatto nulla. Il 19 febbraio, l'emendamento è stato accantonato senza voto. Il 23 febbraio la Camera ha posto la fiducia sul testo, congelandolo. Il 25 il Senato lo ha approvato senza modifiche. La L. 26/2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio, non contiene alcun intervento sul comma 427 dell'iperammortamento.
DL Bollette: la porta chiusa in faccia
Il secondo tentativo è passato dal DL Bollette (DL 21/2026). Alla Camera, dove il decreto è attualmente in fase di conversione, 84 emendamenti sono stati dichiarati inammissibili. Tra questi, alcuni di Fratelli d'Italia sull'iperammortamento — un dettaglio che dice molto sulla complessità politica interna della partita. Di fatto, la porta alla modifica del comma 427 attraverso questo decreto si è chiusa.
Decreto Omnibus: il rebus giuridico
Resta il Decreto Omnibus della delega fiscale, approvato dal Consiglio dei Ministri il 18 febbraio. Alcune fonti giornalistiche lo hanno collegato alla soppressione del comma 427, ma nessuna conferma ufficiale è arrivata. E c'è un problema di fondo: se il Decreto Omnibus è un decreto legislativo delegato ai sensi della L. 111/2023, la sua idoneità a modificare una norma di legge ordinaria come la L. 199/2025 dipende dai principi e criteri direttivi contenuti nella delega. Una questione tecnico-giuridica non banale che nessuno ha ancora sciolto pubblicamente.
Secondo AGI, il Governo starebbe studiando un decreto fiscale ad hoc in cui far confluire le misure rimaste escluse sia dalla Legge di Bilancio sia dal Milleproroghe. Un quarto tentativo, dunque, dopo che i primi tre sono andati a vuoto.
Il circolo vizioso: senza modifica, niente decreto
La conseguenza più concreta dello stallo non riguarda solo il comma 427. Il decreto attuativo previsto dal comma 433 — quello che definisce le procedure operative, le comunicazioni al GSE, la modulistica — è congelato. Il Ministro Urso lo ha confermato al Forum in Masseria: i testi sono pronti, trasmessi dal MIMIT al MEF fin dal 5 gennaio, ma restano bloccati in attesa della decisione politica sulla clausola.
Il meccanismo è circolare. Il MEF non firma il decreto finché non sa se il vincolo di origine resterà o cadrà, perché questo cambia le regole sulla documentazione. Senza decreto, la piattaforma GSE non parte. Senza piattaforma, le imprese non possono inviare le comunicazioni preventive. E intanto il Direttore Calabrò, che avrebbe dovuto presentare il quadro operativo al webinar Confcommercio-MIMIT, ha rinviato una prima volta dal 5 al 25 febbraio, poi a data da definire per «persistente incertezza normativa». Quando il MIMIT stesso non è in grado di fissare un calendario, il messaggio è inequivocabile.
Federmacchine contro tutti: la guerra industriale dietro lo stallo
La partita non è solo normativa. Dietro il comma 427 c'è uno scontro tra comparti industriali con interessi opposti. Federmacchine — che rappresenta i costruttori italiani di macchine utensili — difende la clausola Made in UE come scudo contro la concorrenza asiatica. I comparti delle macchine da costruzione e del movimento terra, al contrario, ne chiedono l'eliminazione: escavatori, pale gommate e gru di fascia alta spesso non hanno equivalenti prodotti in Europa. E la partita ha assunto anche una dimensione europea. Undici produttori di moduli fotovoltaici «Made in EU» — tra cui Eurener, FuturaSun, Omnia Solar, SoliTek e altri — hanno presentato un reclamo formale alla Commissione europea per violazione della normativa sugli aiuti di Stato. La tesi: i requisiti tecnici dell'Allegato IV, combinati con il vincolo di produzione UE, escludono di fatto 25 dei 26 produttori iscritti al registro ENEA dei moduli fabbricati in Europa. L'unico a qualificarsi sarebbe 3Sun, la gigafactory controllata da ENEL — un monopolio di fatto a favore di un'azienda a partecipazione statale. I firmatari segnalano il rischio di prezzi più alti e minore reperibilità dei componenti per la transizione energetica, e temono che lo stesso schema venga replicato nel DL Energia in arrivo.
E poi c'è il nodo della copertura finanziaria. Secondo le stime riportate da Il Sole 24 Ore, l'eliminazione del vincolo UE avrebbe un costo complessivo di 1,3 miliardi di euro. Una cifra che non si trova sotto i cuscini del divano, e che potrebbe spiegare — almeno in parte — perché la modifica «nel prossimo provvedimento» tarda ad arrivare.
Cosa fare oggi: la mappa del rischio
Lo stallo non autorizza la paralisi. La L. 199/2025 è in vigore dal 1° gennaio 2026. Le aliquote — 180%, 100%, 50% — sono definite. Gli Allegati IV e V elencano i beni ammissibili. Per chi investe in macchinari prodotti in UE o nello Spazio Economico Europeo, il quadro giuridico è completo e l'agevolazione spetta senza riserve.
Il rischio si concentra sui beni extra-UE. Finché il comma 427 resta in vigore, acquistare un macchinario giapponese o americano significa rinunciare all'iperammortamento. Su un investimento da 2,5 milioni di euro, la perdita del beneficio equivale a oltre un milione di euro di mancato risparmio fiscale IRES.
Ma c'è una leva temporale che molti trascurano. La bozza del decreto attuativo richiama l'art. 109 del TUIR per determinare il momento di effettuazione dell'investimento: per i beni mobili, coinciderebbe con la consegna o spedizione — non con l'ordine. Un'impresa può ordinare oggi un macchinario extra-UE con tempi di consegna di sei o nove mesi: se la clausola venisse eliminata prima della consegna, il bene rientrerebbe nell'agevolazione. Il rischio, naturalmente, è simmetrico. Se la modifica non arrivasse, l'impresa si troverebbe con un macchinario pagato e nessun beneficio fiscale.
Anche l'interconnessione offre margini di manovra. La Circolare 4/E del 2017 ha consolidato il principio per cui l'interconnessione può avvenire in un esercizio successivo a quello dell'investimento. Nel contesto originario, in attesa dell'interconnessione si fruiva del super ammortamento; nel quadro 2026, venuto meno il super ammortamento, l'impresa deduce l'ammortamento ordinario. Chi sta ancora definendo l'architettura digitale del proprio stabilimento può procedere con l'acquisto del bene e completare l'adeguamento 4.0 quando il quadro sarà più chiaro. La guida operativa approfondisce questo aspetto.
Documentare ora, aspettare poi
C'è un errore che nessuna impresa dovrebbe commettere: arrivare impreparata al momento in cui il decreto attuativo verrà finalmente pubblicato. La documentazione d'origine — che secondo la bozza del decreto consisterebbe nel certificato della Camera di Commercio o nella dichiarazione del produttore ai sensi del DPR 445/2000, attestante l'ultima trasformazione sostanziale in UE/SEE secondo l'art. 60 del Regolamento 952/2013 — va richiesta ai fornitori adesso, non dopo. Vale per i beni europei, che devono dimostrare l'origine. E vale, a maggior ragione, come dossier preparatorio per i beni extra-UE, nel caso in cui la clausola cada e servano comunque evidenze documentali sulla catena di fornitura.
La checklist essenziale per chi non vuole restare fermo: verifica soggettiva (reddito d'impresa, DURC, assenza di cause ostative), verifica oggettiva (bene nuovo, incluso negli allegati, requisito Made in UE per i beni europei), predisposizione del dossier tecnico 4.0, conservazione di fatture, DDT e verbali con date certe. Le comunicazioni GSE e la piattaforma, invece, restano in attesa del decreto.
La pazienza ha un costo
Tre provvedimenti, zero risultati. Un annuncio netto del Viceministro dell'Economia e, ventitré giorni dopo, nemmeno una bozza di norma correttiva. L'iperammortamento 2026 esiste sulla carta — le aliquote sono generose, il perimetro tecnologico è il più ampio mai definito — ma nella pratica resta un'agevolazione monca, con il decreto attuativo congelato e la piattaforma GSE spenta.
Per le imprese la partita si gioca sulla differenza tra prudenza e immobilismo. Chi ha bisogno di un macchinario europeo non ha ragioni per aspettare. Chi guarda fuori dall'UE deve calcolare il rischio, sfruttare la leva temporale che la bozza del decreto collega all'art. 109 TUIR e tenere pronti i documenti. Ma soprattutto, deve sapere che ogni settimana di stallo non è tempo neutro: è un investimento rimandato, un ordine non firmato, un vantaggio competitivo ceduto a chi opera in Paesi dove gli incentivi non richiedono ventitre giorni di attesa dopo un annuncio ministeriale.