Quasi due mesi dall'entrata in vigore della legge, quasi un mese dalla scadenza del termine fissato dal comma 433 della L. 199/2025 per il decreto attuativo dell'iper-ammortamento 2026, e il provvedimento non c'è. Non è in Gazzetta Ufficiale, non è al vaglio della Corte dei Conti, non è nemmeno uscito dal concerto tra MIMIT e MEF dove giace — congelato — dai primi di gennaio. Giulia Abruzzese, Direttore Politiche fiscali di Confindustria, ha rotto il silenzio istituzionale con un corsivo su Il Sole 24 Ore che mette in fila ciò che molti pensano: l'incertezza normativa, come ricordava Einaudi, è un costo implicito. Reale. Settimanale.
Abruzzese individua quattro nodi tecnici che il decreto deve sciogliere. Nessuno è un dettaglio da giuristi: ciascuno incide direttamente sulle decisioni di investimento delle imprese.
Scaglioni annuali o cumulativi: il dubbio da 2,5 milioni
Il comma 427 della L. 199/2025 fissa tre soglie progressive di maggiorazione: 180% fino a 2,5 milioni di euro, 100% tra 2,5 e 10, 50% tra 10 e 20. La domanda che nessuno ha ancora sciolto: questi plafond si rigenerano ogni anno o valgono cumulativamente per il triennio 2026-2028?
Per un'impresa che pianifica investimenti da 2,5 milioni distribuiti su tre esercizi, la differenza vale centinaia di migliaia di euro di risparmio IRES. Con soglie annuali, ogni anno la maggiorazione riparte al 180%. Con soglie cumulative, già il secondo anno si scivola nell'aliquota inferiore. Il precedente del credito d'imposta 4.0 — dove l'Agenzia delle Entrate aveva adottato un'interpretazione annuale — offre un riferimento, ma non è automaticamente trasponibile alla nuova disciplina. Fino a quando il decreto o una circolare non chiariranno, chi deve presentare un piano finanziario al CdA opera al buio. Chi vuole farsi un'idea dei diversi scenari può intanto utilizzare il simulatore online.
Il paradosso del cloud: l'Allegato V dice sì, il TUIR dice no
È forse il nodo più emblematico. L'Allegato V alla L. 199/2025 — che elenca i beni immateriali agevolabili — menziona esplicitamente le soluzioni cloud computing in almeno quattro voci: capacità computazionali on premise, cloud ed edge, integrazione IoT e cloud, piattaforme cloud a supporto della produzione e della supply chain. Il legislatore presuppone che queste soluzioni siano nel perimetro.
Il meccanismo dell'iper-ammortamento, però, opera come maggiorazione del costo ammortizzabile ai sensi dell'art. 102 del TUIR. E i canoni SaaS, PaaS, IaaS non sono costi capitalizzabili: sono costi di esercizio, dedotti per competenza nell'anno di sostenimento. Non si ammortizzano. Quindi non si maggiorano.
Anitec-Assinform, la federazione ICT di Confindustria, ha presentato il 19 gennaio una formale richiesta di chiarimento al Governo dopo aver quantificato il problema: l'80% degli investimenti software avviene ormai in modalità as-a-service, il mercato cloud italiano vale 8,13 miliardi di euro. Senza una soluzione nel decreto, la stragrande maggioranza degli investimenti in beni immateriali 4.0 rischia l'esclusione. La L. 145/2018 aveva risolto il medesimo nodo per il precedente ciclo di iper-ammortamento — un precedente pronto all'uso, se solo il decreto arrivasse.
Recapture: quando il decreto riscrive la legge
Il comma 432 della L. 199/2025 disciplina la cessione anticipata dei beni agevolati con una formula chiara: se l'impresa cede il bene ma lo sostituisce con uno analogo nello stesso periodo d'imposta, "non viene meno la fruizione delle residue quote del beneficio". Nessuna menzione del recupero delle quote già dedotte.
La bozza di decreto attuativo trasmessa dal MIMIT al MEF adotterebbe una formula diversa. L'art. 9 parlerebbe di "decadenza totale o parziale dal diritto al beneficio" e l'art. 10 di "atti di recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni" — un linguaggio che potrebbe essere interpretato come recupero retroattivo. Il DL 87/2018 prevedeva un meccanismo simile, con variazione in aumento delle quote già dedotte, ma era una norma di rango primario. Un decreto ministeriale che introducesse la stessa severità senza copertura legislativa esplicita si esporrebbe a impugnazioni per eccesso di delega regolamentare.
Abruzzese lo dice senza giri di parole: "l'atto regolamentare non può riscrivere la legge". Per le imprese che pianificano cicli di rinnovo tecnologico frequenti, l'incertezza sul recapture è un freno concreto.
Il limbo degli investimenti già effettuati
Chi ha ricevuto un macchinario 4.0 nei primi mesi del 2026 ha verosimilmente "effettuato" l'investimento secondo le regole generali dell'art. 109 del TUIR — espressamente richiamate dalla bozza del decreto attuativo: per i beni mobili, il momento rilevante è la consegna, non la firma del contratto. Questi investimenti rientrano nel perimetro temporale fissato dal comma 427. Ma la piattaforma GSE, attraverso cui trasmettere la comunicazione preventiva prevista dalla procedura di accesso, non è operativa. Nemmeno i decreti direttoriali del MIMIT che ne definiscono modelli e termini sono stati pubblicati. Servirà necessariamente una sanatoria ex post — ma ad oggi nessuna fonte ufficiale la garantisce.
Lo stesso vale per chi nel 2025 ha firmato contratti per macchinari 4.0 con consegna nei primi mesi del 2026: il bene ricade nel perimetro agevolativo, ma l'impresa non ha potuto adempiere alle formalità preventive.
Il nodo gordiano che blocca tutto: Made in UE
Dietro lo stallo del decreto c'è una causa precisa. La bozza è rimasta congelata al MEF perché la decisione di eliminare il vincolo di produzione UE/SEE — annunciata dal Viceministro Leo a Telefisco il 5 febbraio e confermata dal Ministro Urso il 21 febbraio — richiede una modifica legislativa con un costo stimato, secondo le ricostruzioni di stampa, di 1,3 miliardi di euro. Nessun veicolo normativo l'ha ancora recepita. Non il Milleproroghe, approvato definitivamente il 25 febbraio senza alcuna disposizione in materia. Non il DL 19/2026 sul PNRR, pubblicato in Gazzetta il 19 febbraio senza una riga sull'iper-ammortamento.
Segnale rivelatore: il webinar istituzionale Confcommercio-MIMIT con il Direttore Calabrò, già rinviato una prima volta dal 5 al 25 febbraio, è stato nuovamente sospeso "a data da definire" per "persistente incertezza normativa". Quando il Ministero ammette di non avere novità da comunicare, il messaggio è inequivocabile.
Il prezzo dell'attesa
UCIMU registra nel quarto trimestre 2025 un calo degli ordini di macchine utensili del 13,6%, con l'indice scivolato a quota 68 su base 100 nel 2021. Federmacchine chiude il 2025 con un fatturato di 51,84 miliardi, in calo del 2,1% — secondo anno consecutivo di contrazione. Le previsioni per il 2026, una crescita dello 0,02%, presuppongono un iper-ammortamento pienamente operativo. Presupposto che oggi non esiste. Il presidente Bettelli fotografa il paradosso: un incentivo nato per spingere il mercato italiano a investire "agisce come un freno".
Il precedente di Transizione 5.0 offre la misura del danno: sette mesi di ritardo del decreto attuativo, sottoutilizzo iniziale, taglio delle risorse da 6,3 a 2,5 miliardi. Poi, dopo i chiarimenti, secondo stime di settore l'assorbimento è esploso a oltre 12 milioni di euro al giorno nelle ultime settimane di operatività. La domanda c'era. Mancavano le regole.
Lo stesso schema si sta ripetendo.
Il conto aperto
L'iper-ammortamento 2026 è una misura formalmente vigente e concretamente inaccessibile. Un incentivo che congela ciò che dovrebbe sbloccare. Ogni settimana di stallo è una settimana in cui i CFO non chiudono i piani di investimento, i fornitori non ricevono ordini, le PMI che avevano pianificato il salto tecnologico restano ferme.
Confindustria ha messo sul tavolo le domande giuste. Quattro nodi tecnici, una causa politica, nessuna risposta. E intanto il contatore dell'incertezza gira.
Per chi ha investimenti in programma e vuole valutare l'impatto delle diverse ipotesi di scaglione, il simulatore di iper-ammortamento consente una prima quantificazione. Per una valutazione personalizzata, la pagina contatti è il punto di partenza.